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Il senso del limite...

Leggo con la pelle d'oca il racconto di una giornalista ricoverata al Fatebenefratelli, a Roma, per un intervento di raschiamento, e della mancanza di umanità che ha accompagnato il suo "viaggio" verso un intervento chirurgico che nulla ha di ordinario. Già la parola mette la pelle d'oca, e non solo per il fastidio che evoca, prefigurando una sensazione di estremo fastidio e dolore. Non parliamo di un intervento qualunque, perché chiunque abbia provato l'emozione della gravidanza sa cosa significhi sentirsi madri sin dai primi giorni del concepimento, conosce quella sensazione e quell'istinto di protezione che subito vogliono mettere al riparo quel figlio, un embrione di due centimetri che già ha rivoluzionato la nostra vita, le visioni, le prospettive...e vengono i brividi a leggere il racconto di questa ragazza, che a dieci settimane vede spezzarsi quel sogno (non c'è più battito, le comunicano i medici, ma è "fortunata" perché abbiamo posto per l'intervento...)

La professione del medico non deve essere semplice, si ha a che fare con la vita e con la morte ogni giorno, ma mi chiedo quanto questo possa autorizzare a trattare ogni caso come ordinaria amministrazione, dando poco o per nulla peso allo stato emotivo dei pazienti, costretti in momenti delicatissimi della loro vita a subire la violenza di una barella che diventa posto letto per ore se non per giorni, di antidolorifici razionati, di infermiere spesso meno delicate di un macellaio e che non conoscono il senso del limite.
E il punto è proprio questo, temo che purtroppo in tanti, in troppi, oggi questo senso del limite l'abbiano perso. 
E ricordo come fosse ieri una vicenda personalissima. Ero ormai a 41 settimane di gravidanza, aspettavo la mia prima figlia e da tre giorni avevo contrazioni frequentissime e la sensazione che qualcosa non stesse andando per il verso giusto. Una domenica notte il dolore si era fatto troppo forte e avevo pensato "ecco ci siamo sta per nascere", Mio marito mi aveva accompagnato in ospedale, a Roma, e pensavo che varcata quella soglia finalmente mi sarei sentita accudita, al sicuro. E' invece lì che comincia l'impensabile. Erano i primi di luglio, mi mettono in una stanza con l'aria condizionata rotta, 40 gradi all'ombra e i piccioni che entravano e uscivano dalle finestre, aperte nel vano tentativo di far circolare un po' d'aria. In stanza una donna reduce da un cesareo in preda a dolori fortissimi e con la fronte madida di sudore supplica l'infermiera di avere l'antidolorifico e lei le risponde "deve scegliere se prenderlo ora o stasera signora veda un po lei perché più di due al giorno non ce li passano"...la donna piange chiede di poter vedere suo marito, ma "non è orario di visite". 
Nella stessa stanza due donne attendono un intervento chirurgico, una come me ha le contrazioni. Io faccio ormai fatica a camminare, ho piedi e mani gonfissime per via del peso e del caldo, cerco di far capire alle infermiere che non sopporto il calore e non riesco a camminare per via del gonfiore, chiedo la possibilità di essere spostata in un'altra stanza, ma lo fanno solo quando si accorgono che sono salentina e un'infermiera di Lecce fa pressioni per farmi spostare (proprio così! assurdo ma vero).
Nel frattempo continuo ad avere dolori e contrazioni frequentissime, e anche se durante i monitoraggi fetali vedo che il battito della bimba scende per loro non c'è alcuna emergenza, è tutto nella norma... "signora non se ne parla è tutto chiuso"...
Continuo a sentire che qualcosa non va, non mi sento bene, le contrazioni sono sempre frequentissime ma nessuno mi dà retta, per loro "non sopporto il dolore". 
I miei genitori, nel frattempo arrivati dalla Puglia, e mio marito sono preoccupati, ma cercano di tranquillizzarmi.
Una notte in ospedale senza nessuno, con le contrazioni che continuavano, la mattina chiedo di poter fare un altro monitoraggio, mi fanno aspettare alcune ore e quando finalmente riesco a farmelo fare mi ripetono "niente non se ne parla"...
E' allora che prendo una decisione, firmo per uscire dall'ospedale, perché sono convinta che qualcosa non va. Mi terrorizzano. "Firma contro il parere del medico e se poi quando esce da qui le si rompono le acque? Se quando torna non trova posto sono affari suoi..." 
Firmo quella carta ed esco. Passo la notte a casa con i miei ma non riesco a dormire né a muovermi, fatico a respirare. Chiamo il ginecologo di una mia amica, che lavora in una clinica privata e che, nonostante sia in vacanza all'estero, mi indica una sua collega da cui poter andare. Mi alzo, mi aiutano a vestirmi, mi portano in clinica. Il monitoraggio, come sospettavo, rivela un abbassamento del battito alle contrazioni. Non solo. Dall'ecografia la ginecologa sospetta che la bimba abbia dei giri di cordone, che fanno calare le probabilità di un parto naturale, e mi dice che sono in pieno travaglio. Quando le racconto che ho le doglie da tre giorni mi fa subito iniettare l'epidurale. Io smetto finalmente di soffrire e la mia storia ha un lieto fine, perché l'ostetrica e la ginecologa che con l'ossitocina cercano di indurmi il parto e mi rompono le acque, dopo essersi accorte che ho il liquido verde e che la bambina "non scende" mi portano in sala operatoria per un cesareo d'urgenza. Nasce mia figlia, rosa e bellissima, anche se con la pelle consumata dal mio liquido "tinto". 
Io sono ancora stordita dall'intervento, ma non soffro più, nemmeno nella fase post operatoria grazie alla morfina. Sono la donna più felice del mondo perché stringo tra le braccia la mia bimba, ma il pensiero va a quella poveretta che in una stanza d'ospedale, con 40 gradi e i piccioni che le svolazzavano intorno, disperatamente chiedeva gli antidolorifici...
E mi chiedo, se quella mattina non avessi firmato per uscire "contro il parere del medico", la mia storia avrebbe avuto comunque questo fine lietissimo? O invece sarei stata costretta a raccontarne un'altra di storia?
Quel giorno in un ospedale pubblico in un momento così delicato della mia vita, la sciatteria e il pressappochismo che si trasformano in violenza psicologica li ricordo come fossero ieri, ed è il motivo per cui, senza alcun dubbio, qualche mese fa ho scelto di far nascere il mio secondo figlio in una clinica privata. Ho scelto e, sia chiaro, avevo anche la possibilità di farlo, perché in regime di "intra moenia" ho potuto sperimentare la differenza di trattamento in ogni singolo attimo.
La sanità però è un diritto, e dovrebbe essere garantita umanità non solo a chi paga. 
Mi domando cosa debba ancora accadere e quante denunce come quella di Francesca saremo ancora costretti a leggere affinché venga finalmente recuperato il senso del limite.



Pubblicato il 17/10/2017 alle 10.13 nella rubrica Diario.

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